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La cultura dell’olio si, ma fatta bene e senza dispendio di danaro. Altrimenti i risultati sono quasi pari a zero

Sono chiaro da subito: ogni occasione è buona per infondere la cultura dell’olio. Ai consumatori, ai ristoratori, agli appassionati e soprattutto ai giovani e nelle scuole. Diffondere la cultura dell’olio è sempre un vantaggio per tutta la comunità, anche se bisogna attendere ed avere pazienza. Io - come sapete - lo faccio da tanti anni, nutrito da una grande passione e soprattutto senza precludere la scoperta di visioni nuove che ho voluto portare anche nell’ormai conosciuto Buonolio Salus Festival, insieme ad altri amici nutriti dal mio stesso attaccamento, quasi alla quinta edizione.

Sono anni ed anni che si continua a perpetrare un’attività che a mio avviso è diventata obsoleta, la cultura dell'olio buono non cresce se si continua a proporre sempre la solita solfa. Occorre innovare, perché l’olio si rinnova sempre pur essendo un prodotto antico. Cambiano le tecnologie di estrazione, il modo di coltivare, di fare marketing, quello di approcciarsi alla materia e perciò anche la formazione deve subire un cambiamento. Ci sono eventi, concorsi, guide, professionisti che hanno dato tanto e continuano a farlo nel nome di un amore incontrastato per l’extravergine di alta qualità ai quali bisognerebbe dare molto più spazio e fiducia: ma è sempre quella maledetta meritocrazia che manca alla quale non è dato valore. Si inventano addirittura crisi e allarmismi (leggi qui) per chiedere ed ottenere finanziamenti pubblici, ritrovandoci poi a dover commentare lamentosamente sempre quel calo di produzione che oramai è diventato un’ossessione.

L’Italia non ha mai creduto molto nella cultura del prodotto, è dormiente e soprattutto lo sono gli stessi produttori (non tutti per fortuna!) ed il mondo dell’associazionismo e delle istituzioni. Molte delle azioni che si fanno a favore della “cultura dell’olio” sono di basso profilo, sempre le stesse da tempo immemore con risultati ormai consolidati pari a zero o poco più. Spesso si lascia tutto così, senza che vi fosse un seguito. Va bene educare, addestrare, informare e formare ma poi bisogna seguire passo passo e concretizzare le azioni in qualcosa di reale, altrimenti è solo slogan. E quello che mi infastidisce è l’utilizzo di tanto danaro, molto spesso anche pubblico e quindi soldi nostri, impiegato in vari progetti per il miglioramento della qualità, dell'ambiente, per la tracciabilità del prodotto e quant’altro che fino ad oggi hanno portato pochissimo. La realtà è che in tutti questi anni i pochi investimenti sono stati sbagliati e questo lo dico perché non hanno prodotto quasi nessun risultato, almeno questa è l’impressione che ho. Quel poco che è cambiato lo dobbiamo all’amore e alla passione di quei pochi individui che hanno avuto la forza di fare qualcosa di buono. E continuano a farlo, in silenzio.



di Vincenzo Nisio - tutti i diritti riservati



Niente tappo antirabbocco, dietrofront


Quanto si legge nella comunicazione del 28 giugno 2018 a firma del direttore generale Stefano Firpo, rivolta al Ministero della Salute e al Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali, è sconcertante, proprio da cadere le braccia a terra. Si propone, in sostanza, una modifica per l’introduzione del divieto di vendita al consumatore delle bottiglie con dispositivo antirabbocco negli esercizi commerciali, e non manca la solita sanzione. 

Nel documento si legge: «Il verificarsi di numerosi incidenti collegati all’uso di bottiglie con tappo antirabbocco, occorsi presumibilmente anche in presenza di apposite avvertenze, portano a concludere che questa tipologia di tappi non sia sicura per l’uso da parte del consumatore finale, se non nell’ambito dei servizi offerti dalle collettività, come previsto dalla legge n. 9/2013». E ancora: «In assenza di una disposizione sanzionatoria della violazione delle disposizioni di cui all’art. 7, comma 2 della legge 14 gennaio 2013 n. 9 si potrebbe proporre una modifica del medesimo articolo che preveda l’esplicito divieto di vendita al consumatore negli esercizi commerciali ed una sanzione per la violazione di tale divieto, associata alla violazione complessiva delle disposizioni dell’art. 7, comma 2 delle citata legge n. 9/2013.»

Evoluzione 2017, la prima edizione

Un’occasione per raccontare ancora l’Italia dell’olio. Una perseveranza che, occorre prenderne atto, sta portando buoni risultati dopo anni di buio profondo soprattutto riguardo la cultura del prodotto. L’evento Evoluzione, percorsi per l’extravergine di qualità, organizzato da Simona Cognoli, titolare di Oleonauta e La Pecora Nera Editore, ospitato lunedì 11 dicembre nelle sale dell’Hotel Savoy a Roma, ha esaltato gli aspetti peculiari di un prodotto elitario ma disponibile per tutti, ponendo l’attenzione soprattutto sul ruolo che l’olio autentico sta conquistando nelle gastronomie di qualità. Ristoranti, pizzerie, osterie, botteghe, oleoteche, enoteche e così via stanno infatti iniziando a considerare in maniera coincisa e chiara il valore di questo alimento, risvegliando grande attenzione per esso e per la sua applicazione in cucina.

Meno cellulari, meno abusi nel consumo di olio, più qualità e prezzo più alto

Sala d’attesa prima di una riunione. Da pochi mesi dirigo un Istituto Tecnico Agrario e le emozioni che mi sta dando un mondo per molti versi inesplorato sono tantissime. Con uno dei miei docenti aspetto di essere ricevuto dal presidente di un’agenzia regionale, al fine di stipulare una convenzione per la nostra azienda agraria. Nel frattempo, intavolo una discussione con il prof. Si parla, come spesso capita, di olio. “Il prodotto – fa il prof – deve essere buono, pulito e giusto”. Il prof, tempo fa, mi aveva già colpito con una sua riflessione lapidaria: “Le piante di ulivo sono esseri viventi”. Ha ragione. E così io profitto per insistere con le riflessioni, a proposito della recente crisi che ha colpito soprattutto la Puglia. La sua definizione “l’ulivo è un essere vivente” mi aveva soprattutto colpito perché il prof insisteva sull’importanza dell’attenzione da prestare alle piante ogni giorno: non si può pretendere un prodotto di qualità se non le si cura tutto l’anno. E dunque anche la xylella, secondo lui, forzando un po’ il discorso, tradisce una disattenzione dei produttori. In ogni caso, nella saletta d’attesa dove ci troviamo, il discorso scivola sul rapporto prezzo/qualità. “La crisi degli ultimi due anni – dice – spero ci abbia fatto capire una cosa fondamentale. Non abbiamo più grossi quantitativi di prodotto e adesso per offerta scarsa c’è un prezzo assai alto. Bene, manteniamolo così alto. La dobbiamo smettere di sprecare olio. L’olio è come un medicinale. Possiede immense proprietà benefiche. Che uso ne faccio in cucina? Fino a ieri non sapevamo quante taniche comprare e dove sistemarle. Ora invece le andiamo a cercare col lanternino”. E così racconta il suo aneddoto. “Sono stato l’altro giorno da un produttore che mi ha venduto alcuni litri d’olio. Lui appena mi ha visto mi ha detto che non li avrebbe venduti a meno di dieci euro. E io gli ho detto: Bene. Costa poco. Io ci sto a comprare l’olio a caro prezzo. E per me il prezzo giusto è a 16 euro al litro. Non è giusto che ci si uccida dalla fatica per guadagnare pochi euro al litro”. E allora io capisco che qualcosa non torna. E gli faccio: “D’accordo prof, ma allora la famiglia italiana media, come fa a spendere 16 euro per un litro d’olio? Ho studiato giurisprudenza e all’esame di economia politica mi hanno spiegato cosa è la curva di equilibrio del consumatore. Compro ciò che, in rapporto alle mie caratteristiche reddituali, posso compare”. E il prof senza esitare: “Bisogna spiegarglielo alle famiglie che l’olio è un medicinale. Dobbiamo dosarlo. Deve durare nel tempo e così lo paghiamo anche 16 euro al litro. Gli i phone di ultima generazione le famiglie li acquistano? Sì, e a caro prezzo. Qui non vale l’equilibrio della curva del consumatore? Qui possiamo andare oltre l’equilibrio imposto dal reddito?”.  Ha ragione lui, ancora una volta. Così lui va giù duro: “Meno cellulari, meno abusi nel consumo di olio, più qualità e prezzo più alto. Bisogna farglielo capire alla gente”. Ineccepibile. Un uso consapevole dell’olio di oliva di alta qualità. Consumare meno. Consumare tutti. Anche a 16 euro al litro.


di Gianfrancesco D'Andrea - tutti i diritti riservati

L’autolesionismo inconsapevole

Si, può anche essere una considerazione inutile ma quello che entra nelle case degli italiani è un prodotto disuguale, non omogeneo ne somigliante a quello che dovrebbe essere. Fare un buon extravergine da olive non è difficilissimo ma neppure semplice e spesso non tutti seguono almeno quei piccoli accorgimenti per ottenere un prodotto decente. Ci ritroviamo sempre a criticare gli oli di origine comunitaria o extracomunitaria (per carità, liberi di farlo con le dovute ragioni) ma senza mai guardare in casa nostra cosa succede. Ebbene spesso mi capita di assaggiare oli difettati del tutto privi di buoni odori, prodotti da olivicoltori, che arrivano sulle tavole di amici e famiglie come oli da olive biologici (che non hanno subito alcun trattamento), naturali e genuini. Il fatto che l’olivicoltore non effettui alcun trattamento agli alberi è sinonimo di sicurezza per la gran parte dei consumatori. Non ditemi che non è vero! L’olivicoltore “medio” non si serve di alcuna consulenza tecnica, di un agronomo che gli consigli cosa fare nell’uliveto per produrre un olio di qualità e questa è una grave mancanza per un’opportunità di crescita professionale.

Dove sta Dio, si è perso Dio


Sarà. Sarà che sia strano io ma non ho dubbi: la nostra è una società colpita da gravi mancanze. Sarà banale, forse anche scontato, ma è proprio quello che sento. Le intendo come insufficienze, carenze, assenze: di uomini come di cose, materiali e immateriali, mancanza di spiritualità interiore.

A iniziare dal lavoro, da ciò che restituisce dignità e autonomia. A volte si perde completamente la propria autenticità, rinunciando così alla propria indipendenza per il desiderio di essere i primi e sembrare più intelligenti. Si resta legati a vecchi modus operandi, adeguandosi a modi di fare già sperimentati e camminando su strade già percorse. Si torna indietro insomma, accettando compromessi e strategie avariate a discapito della propria libertà, a scapito del pensare con la propria testa per concepire nuove idee e sperimentare. Basterebbe produrre qualcosa di proprio, frutto delle proprie capacità, invece di realizzare i sogni di qualcun altro restando dipendenti e sottomessi.

Penso soprattutto ai giovani, induriti e spenti, ma “contenti” di aver ricevuto dalla società la giusta tecnologia per essere soppressi e privati dei propri sogni, privati di pensare. La grande esigenza è guardare avanti e se necessario uscire anche fuori dagli schemi, rischiare e mettersi in gioco senza avere paura. Bisogna accogliere le sfide, quelle vere, quelle che puoi anche perdere perché nulla è detto. Noi giovani abbiamo una grossa responsabilità, che è quella di non rinunciare – costi quel che costi – alla propria libertà e indipendenza. Optare per la strada più facile, essendo anche l’attore principale di una regia composta da altri, è da perdenti. Non serve. Prima o poi nella vita saremo tutti chiamati a rispondere delle proprie scelte e delle proprie azioni. Ma cosa si scatena in certe persone, cos’è che li fa sentire onnipotenti. L’ignoranza? E’ questione di cultura? Questi onnipotenti dovrebbero prendersi le responsabilità per aver creato un sistema di favoritismo per il quale un’intera generazione continua a pagare i danni.

E di quel sistema di valutazione degli individui, chiamato meritocrazia, che farebbe trovare spazio ai tanti talenti di cui il nostro Paese ha tanto bisogno, soprattutto in questo momento, ne vogliamo parlare? La mia vita si fonda su tre valori dai quali non posso prescindere: la libertà, l’indipendenza e l’autenticità. Pago e talvolta il prezzo è alto, ma non fa niente: ne vado fiero e sono contento di aver ricevuto una buona educazione dai miei genitori. Rinunciare a questi valori vorrebbe dire non esistere.

Bisognerebbe tornare ad emozionarsi - ma nel modo che intendo io - delle meraviglie del mondo, della vita e del vivere quotidiano, tornando a praticare quei valori perduti quali il rispetto e l’umiltà, considerando che prima di ogni cosa siamo esseri umani, persone, tutti uguali. Lo so, chiedo troppo, ma è istintivo. Ciò che manca è l’essenziale e per ritrovarsi non c’è cosa più sana di stabilire una forte relazione con Dio: ovvero con la Terra, col silenzio e con gli amici insetti, con le pietre. Guardare negli occhi gli alberi, ascoltarli, sporcarsi le mani, trovare le parole giuste, ritrovare un equilibrio, la strada. Dio è la Terra che ci ospita, quella che calpestiamo, della quale non abbiamo più rispetto, quella che ci ha insegnato tutto quello che abbiamo perduto, dimenticato, compresi i comportamenti, gli atteggiamenti e le regole. Tutta questa triste realtà dipende proprio da questa domanda: dove sta Dio? Si è perso Dio, si, ma solo dentro di noi. Non tutti però, attenzione. Non tutti l’hanno perso, qualcuno è salvo.


di Vincenzo Nisio - tutti i diritti riservati


Il valore invisibile dell'olio autentico

Il più antico testimone del mondo è l'Ulivo, su questo dobbiamo essere d'accordo e non si può prescindere la sua importanza. Nel tempo, nella storia, ha unito genti, ne è stato l'elemento centrale e spirituale per millenni ed il suo olio estratto dai frutti ha nutrito e curato interi popoli. È stato elemento di salvezza. L'Italia ha sempre riconosciuto un grande valore a questo albero, tanto che dal 5 maggio 1948 diventa simbolo di pace della nazione nell'emblema della Repubblica italiana.

L'Italia ha il più grande patrimonio di biodiversità, con più di 500 cultivar diverse che esprimono una grande bellezza e richiedono un grande gesto da parte di tutti gli italiani: quello di tutelare questo grande patrimonio. Gli ulivi, come la vite, caratterizzano fortemente il paesaggio, sono motivo di attrazione turistica (lo potrebbero essere molto di più) e sono responsabili di quel sentimento di meraviglia che colpisce i visitatori quando si trovano davanti esemplari centenari o millenari.
 

L'amaro mondo dell'olio



Carissimi olivicoltori chiudete i battenti o, se proprio non volete, rassegnatevi. Lo dico in primis a me stesso, essendo anch'io produttore di olio da olive. Vorrei condividere con voi e soprattutto con i consumatori questa mia piccola esperienza, una telefonata da un uomo del Sud. Ho investito tanto negli ultimi due anni in olivicoltura, riprendendo un vecchio uliveto e impiantando nuovi ulivi, e mi rendo sempre più conto di quanto l'agricoltura soffra proprio da dentro e che nessuno, nessuno, negli ultimi 60 anni sia riuscito a valorizzare questa grande risorsa.

E così venerdì sera ricevo una telefonata da quest'uomo che tutto contento si presenta e dice di essere uno che gestisce, come commerciante, circa 200 ristoranti e che avrebbe dovuto fornire loro olio extravergine sia per i tavoli e sia per la cucina. Mi chiede disponibilità quindi, sia di bottiglie che di lattine. Immaginate come ero contento io: mi dice che gli era piaciuto il nostro progetto, il marchio, il sito internet e incuriosito ci aveva telefonato. Poi conosco la zona, aggiunge, ci sono stato e so che da quelle parti si produce del buon olio. Bene, dopo una breve e intensa chiacchierata la mia domanda sorge spontanea: ma scusi, in Calabria non c'è l'olio che lei me lo chiede a me? Viene fuori che in Calabria quest'anno si farà poco olio e di scarsa qualità per cui è costretto ad acquistarlo fuori regione. Non so se questo sia vero, non credo, ma lui ha bisogno di grandi quantità e continuiamo a parlare venendo al dunque. Il prezzo. Il prezzo.

C’è tempo fino al 31 maggio per sostenere la bellezza del Museo Civico Raffaele Marrocco

C’è chi valorizza le diverse forme di cultura del territorio, organizzando e ospitando eventi che mettono in luce le esperienze e il potenziale di un contesto, lontano dai maggiori circuiti turistici, ma ricco di valori e simboli che dal passato al presente evidenziano forte identità territoriale. E’ il caso del MUCIRAMA (Museo Civico Raffaele Marrocco) che costituisce uno dei maggiori poli attrattivi e di condivisione culturale dell’area matesina. Lo hanno dimostrato con grande valore ospitando poche settimane fa anche il Buonolio Salus Festival, un progetto culturale che fra arte e cultura racconta il territorio, l’autenticità, il paesaggio e la grande storia dell’ulivo, l’albero millenario dal quale si ricava l’olio. Ma questa, è un’altra storia.

Franco Arminio al Buonolio Salus Festival

Quest'anno al Buonolio Salus Festival parleremo anche di paesaggio e territorio. Lo faremo con Franco Mario Arminio, poeta, scrittore e regista italiano che si autodefinisce «paesologo». Lo faremo nella giornata del 24 aprile, domenica, il titolo dell'incontro sarà Ulivo e identità. Ritorno al paesaggio.

L’attività agricola svolge un ruolo fondamentale nella conservazione dell’ambiente, del paesaggio e nella salvaguardia del territorio. La coltivazione dell'ulivo ad esempio offre una marea di opportunità che noi, ahimè, non sappiamo proprio cogliere, soprattutto nei luoghi che si prestano magnificamente. Si potrebbero avere delle importanti ricadute anche per la valorizzazione e la promozione del territorio in chiave turistica. È risaputo che gli ulivi, insieme ai vigneti, producono un paesaggio molto apprezzato nell'immaginario turistico, che aumenta la propria suggestione grazie alla vicinanza delle alte montagne. Pensate ai muretti a secco abbandonati, agli ulivi secolari di montagna, a riprenderli e ristrutturarli, sarebbe magnifico poterli far rivivere.

Dal 23 al 25 aprile prossimi la terza edizione del Buonolio Salus Festival

Taglia il terzo traguardo il Buonolio Salus Festival, appuntamento teso a dare una visione diversa dell’ulivo e dell’olio, in programma dal 23 al 25 aprile prossimi. Tema di questa edizione 2016 sarà “L’olio che verrà”, con una proposta molto articolata e presentata nel Museo Civico Raffaele Marrocco di Piedimonte Matese, in provincia di Caserta, nel complesso conventuale domenicano fondato negli ultimi anni del XIV secolo. Il Festival, ideato e organizzato dall’Associazione Culturale Buonolio in collaborazione con I Templari del Gusto, noto portale e blog enogastronomico (itemplaridelgusto.it), ospiterà una serie di attività didattiche, corsi di assaggio e percorsi di avvicinamento all’olio per quanti vorranno scoprire le peculiarità e le caratteristiche dell’autentico extravergine. Tra le attività in programma: dibattiti, dialoghi, letture, spettacoli, mostre, rappresentazioni e incontri con i più piccoli per rivelare l'anonimo “mondo” dell'olivicoltura e del paesaggio olivicolo.

Operativo il piano olivicolo. Martina: 32 milioni di euro per salto di qualità. Prima volta di un piano nazionale per l'olio italiano

Comunicato stampa Mipaaf: Il Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali comunica che è stato approvato oggi in Conferenza Stato Regioni il primo piano olivicolo nazionale.

Il Piano, previsto dall'articolo 4 del DL 51/2015, prevede misure operative che puntano all'incremento della produzione nazionale di olive e olio extravergine di oliva, alla promozione e valorizzazione dei prodotti e ad una più forte organizzazione della filiera nazionale.

"Con l'approvazione per la prima volta del piano olivicolo nazionale - ha affermato il Ministro Maurizio Martina - iniziamo a definire una strategia produttiva che mancava da troppi anni in Italia. L'obiettivo condiviso con tutta la filiera è migliorare sotto il profilo della qualità e della quantità. Abbiamo deciso di investire 32 milioni di euro per aiutare la riorganizzazione del settore olivicolo e oleario italiano, con un piano che potrà essere ulteriormente supportato con le risorse regionali dello sviluppo rurale. Il nostro lavoro non si ferma qui. Con l'accordo di filiera siglato poche settimane fa ci sono tutte le premesse per dare futuro al comparto, guardando anche alle opportunità e al lavoro da fare a livello internazionale."

Il Made in Italy non e l'olio, il Made in Italy è la nostra cultura

Cosa bisogna raccontare al mondo? La nostra grande ricchezza sta proprio nel fatto che, in Italia, ogni singola azienda, anche poco distante l'una dall'altra, ha una storia bella e coinvolgente. È la nostra grande risorsa e non costa nulla.

L'Italia è il paese più longevo dopo il Giappone, abbiamo ancora i nonni che ci possono raccontare la storia della famiglia e i vari fatti accaduti nel tempo che hanno generato l'azienda rendendola ciò che è oggi.

Noi quando andiamo in giro a raccontare un olio, un singolo olio, possiamo raccontare un grande pezzo di storia dell'Italia, un territorio, una limitata zona, addirittura la storia della varietà di ulivo dalla quale si estrae quell'olio che si sta degustando. Così ricco di profumi, con un sapore agre come la vita vissuta di quegli uomini che per primi hanno impiantato quegli ulivi mille anni or sono e che però diventa armonico, incantevole, rotondo, speciale. Ecco, speciale, l'olio italiano è speciale, nel senso più stretto del termine. Perciò viene chiamato oro giallo, perché ha un valore inestimabile, ma non è il semplice liquido giallo o verde che si estrae dal frantoio bensì la storia di quell'olio, i “fatti” di quell'olio, anche la terra arida nella quale vivono aggrappati al suolo da più di mille anni esemplari unici al mondo che solo a guardarli ti si gela il sangue in pieno agosto. Sulla quale senti il crespo dei passi di un uomo che visita gli alberi ascoltando il filo di vento che mai ha smesso di soffiare fra le foglie, come un orchestra sempre a suonare, sempre a suonare, sempre a suonare. Senza mai stancarsi, per centinaia e centinaia di anni.

La California dell'olio si autoproclama migliore dell'Italia olivicola

In un numero di Gennaio della Rivista americana Bloomberg Businessweek è comparso un articolo a firma P. Robinson e V. Silver dal titolo “A Californian Olive Grower Says His Oil Is Better Than Italy's” in cui l'elogio degli oli californiani è presentato come contrappunto ad una ingiusta e capziosa denigrazione degli oli italiani. L'Accademico Emerito prof. Claudio Peri, per scienza e per passione grande esperto di oli di oliva, autore del volume “The Extra-Virgin Olive Oil Handbook” (John Wiley and Sons, UK, 2014), ha replicato con il testo che segue.

Il titolo dell'articolo di Bloomberg Businessweek “Un produttore di olio di oliva californiano sostiene che il suo olio è meglio degli oli di oliva italiani” potrebbe essere considerato un elogio degli oli italiani. Se un produttore californiano promuove il suo olio sostenendo che è meglio degli oli di oliva italiani, se ne dovrebbe dedurre che egli considera gli oli italiani come il modello di riferimento della qualità degli oli di oliva. La lettura dell'articolo, purtroppo, finisce per offrire una impressione molto diversa e gravemente lesiva del buon nome degli oli italiani. Per questo mi sono risolto a scrivere questa replica ragionata e attraverso l'Accademia dei Georgofili ho chiesto che Bloomberg Businessweek ne pubblichi la versione inglese.

Le aziende dell'olio italiane al Buonolio Salus Festival

Il Buonolio Salus Festival, ormai alla terza edizione, vuole essere una proposta inusuale, un modo diverso di approcciarsi al mondo dei grassi, un’apertura alla conoscenza, al dibattito, alla formazione, all'informazione corretta, alla storia e alla cultura. La rassegna ha avuto - nelle precedenti edizioni - grande visibilità e successo, grazie anche a tutte le aziende italiane che hanno condiviso il nostro progetto. L’anno passato abbiamo conosciuto tante nuove aziende, è stata una bellissima condivisione e ringraziamo coloro che hanno partecipato per averci dato la possibilità di portare la cultura e la consapevolezza del buon olio fra la gente.

La cultura dell’olio dipende da noi, da quelli come me perché ci mettono tanta passione ed entusiasmo e ci credono, da Voi produttori perché contribuite ad aumentare la consapevolezza di chi consuma olio d’ulivo attraverso l’assaggio del vostro prodotto. E’ necessario comunicare la qualità e credere nel proprio lavoro.

L’Italia dell’olivo e dell’olio va innovata, c’è poco da fare

Se vogliamo guardare avanti e sognare un Paese all’avanguardia dobbiamo innovarci. Puntare sull’olivicoltura però, non significa chiacchierare di olivicoltura ed autoproclamarci i migliori del mondo. Anche perché i numeri non dicono nulla a nostro favore, anzi, ci vedono costretti a ricorrere al rifornimento da altri paesi per soddisfare le esigenze del nostro. E il grande paradosso sta anche nel fatto che ci si lamenta della produzione che arriva dall’estero a discapito del “made in Italy”. Ma di cosa ci lamentiamo se noi italiani produciamo meno della metà dell’olio che consumiamo? Direi, piuttosto: meno male che ci sono gli altri paesi che ci sfamano d’olio, altrimenti resteremmo senza dopo pochi mesi. Meno male che c’è chi ha investito prima di noi. La scorsa annata ci ha fatto riflettere, ha evidenziato e marcato le carenze del nostro Paese, non solo in termini di produzione ma anche come costo di produzione. Siamo uno dei paesi (o forse il primo) con il più alto costo di produzione al mondo.

Expo: la grande fiera dei cibi che non fanno bene alla salute? Un video del professor Franco Berrino per riflettere

Quando a parlare è il dottor Franco Berrino, epidemiologo – direttore del Dipartimento di Medicina Preventiva e Predittiva presso l’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, ci si ferma a riflettere. Almeno un attimo. Siamo tutti pronti per Expo, non ci sono dubbi e la curiosità è davvero tanta, ed è talmente grande da trascurare involutamente tutti gli altri aspetti che forse sono anche più importanti.

Lo slogan di Expo è “nutrire il pianeta” ma ci sono alimenti e bevande che le persone, secondo il Codice Europeo per la Prevenzione dei Tumori, dovrebbero evitare o limitare. Se questi alimenti saranno presenti all’Expo si perderebbe il senso di Expo. Il punto è un po’ questo, ma vi consiglio di approfondire l’argomento in questo video (QUI).

No olio, no party

Ormai ho perso il conto di tutte le persone - amici, parenti, amici degli amici degli amici, ristoratori e conoscenti - che mi hanno chiesto dell’olio. Se ne avessi avuto a disposizione 50 quintali li avrei venduti tutti, senza badare troppo al prezzo. Ma di olio d’oliva non ce n’è e questo è il punto dal quale partire e ragionare, nella consapevolezza assoluta e per il bene di tutto il comparto.

No olio, no party. Almeno per le piccole imprese olivicole, quelle che fanno produzioni eccellenti, piccole quantità e grande qualità, con grande impegno. Si, perché le medie o grandi imprese si sono organizzate, qualcuno ha anche deciso di non confezionare olio, ma la maggioranza ha attinto olive o olio da altre zone d'Europa o del mondo comunicandolo serenamente in etichetta. C'è trasparenza, per carità, c'è consapevolezza e a mio parere non c'è niente di male. Quello che manca è l'unicità e le variabili sensoriali dei nostri oli, delle nostre 538 varietà di olive. È l'Italia che manca, più che l'olio. Le piccole aziende olivicole quindi, sono quelle che soffrono di più, non c'è olio per fare marketing, per gli assaggi, per gli eventi, per le fiere, per le guide. Ma non c'è neanche qualità, tranne in qualche sporadico caso, per cui "a volte è meglio desistere che perseverare".


Ho firmato, stop all’invasione dell’olio di palma

Ne ho già parlato QUI qualche tempo fa: l’olio di palma fa male, questo è chiaro. Il fatto alimentare ha lanciato, insieme a Great Italian Food Trade, attraverso change.org, una petizione: Stop all’invasione dell’olio di palma. Molti hanno già deciso di sostituire l’olio di palma dai loro prodotti a marchio, molti altri ancora non danno cenni. Mi sembra una causa troppo importante e mi voglio impegnare anch’io, in maniera propulsiva, nei miei limiti, ma con impegno.

Non mi dilungo a scrivere di questa petizione, ma vorrei che ognuno di voi leggesse l’articolo del fatto alimentare che trovate QUI, per diventare consapevoli ed essere correttamente informati. Dopodiché firmerete anche voi la petizione. Io mi unisco a loro, dico “no” all’olio di palma per motivi etici, ambientali e di salute. Condividete se volete e diamoci forza, uniti.

Potete sottoscrivere la petizione cliccando direttamente QUI.

Impianti superintensivi, perchè in Italia non se ne parla proprio?




Ricevo un messaggio dal dr. Davide Giuseppe Tassielli, via Linkedin, domanda secca: la mia posizione sul sistema di allevamento superintensivo. È uno che ha le idee chiare, sa cosa dice e di cosa si parla. Ho deciso di aprire una discussione sul blog perché mi sembra un argomento interessante e sul quale ragionare in maniera profonda. Anche se, non so perché, in Italia se ne parla davvero poco. E' un argomento oltretutto un po' complesso che merita molta attenzione. Partirei dal "dato" che in Italia si produce pochissimo olio extra vergine rispetto al fabbisogno e infatti importiamo quasi tutto quello che consumiamo, tenuto conto che ne esportiamo anche grosse quantità. Perciò sono - in linea di massima - favorevole al superintensivo, accidenti, è una questione di lungimiranza!
 

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